Archivi del mese: aprile 2013

Komárno: ponte e, all’occorrenza, muro tra Slovacchia ed Ungheria

A Komárno, piccola città sul Danubio di 40.000 abitanti dove slovacchi e ungheresi convivono quotidianamente, quattro statue simboleggiano la divisione delle comunità. Due di esse celebrano personaggi storici ungheresi, le altre due sono testimonianza del passato slovacco, e tutte hanno suscitato incidenti e polemiche: l’ultima inaugurazione, avvenuta il 4 giugno 2010 quasi di nascosto, ha avuto come promotore un partito nazionalista slovacco. Questo monumento commemora i 90 anni del trattato del Trianon, la cui firma, avvenuta ad opera delle forze vincitrici del primo conflitto mondiale nel 1920, amputò l’Ungheria di un terzo del suo territorio (Slovacchia, Transilvania, Croazia, Slavonia, Voivodina…) e diede i natali alla Cecoslovacchia. La stele è stata posta sul ponte che attraversa il Danubio: il messaggio intrinseco è estremamente chiaro “qui comincia la Slovacchia”.

Il partito slovacco Sns, che aveva deposto la stele, non è più al governo dopo le elezioni legislative del giugno 2010 che hanno punito il governo populista al potere da quattro anni. Da parte ungherese c’è ancora incertezza sugli effetti di una delle prime misure prese dal governo di destra di Viktor Orbán dopo la sua elezione avvenuta nell’aprile 2010, ovvero la concessione di nazionalità ungherese a tutte le minoranze che si trovino al di fuori dell’Ungheria, fra cui ovviamente i 600mila ungheresi della Slovacchia. A Komárno questa iniziativa ha provocato grande stupore fra la popolazione: molti abitanti attraversano infatti quotidianamente il ponte che costituisce la frontiera fra i due paesi per lavorare dall’altra parte, a Komarom, sul versante ungherese. Gli accordi di Schengen, ai quali i due paesi hanno aderito nel dicembre 2007, hanno fatto da tempo cadere le frontiere, che in epoca comunista erano massicciamente sorvegliate.

Dunque, tutti possono passare, o quasi. Nel 2009 infatti, il presidente ungherese Laszlo Solyom fu costretto a fare marcia indietro, impedendogli in questo modo di partecipare all’inaugurazione della statua equestre di Santo Stefano, patrono dell’Ungheria e fondatore nel dodicesimo secolo della dinastia ungherese che regnò per secoli sulla Slovacchia. L’iniziativa della municipalità di Komarno, diretta da un sindaco ungherese come il 60 per cento degli abitanti, aveva infatti irritato Bratislava ed indignato la popolazione slovacca: la visita di Solyom era stata infatti programmata per  il 21 agosto, anniversario dell’invasione della Cecoslovacchia dalle truppe del Patto di Varsavia, fra le quali vi erano anche soldati ungheresi.

La ruggine tra i governi di Bratislava e di Budapest  fatica ad essere scrostata e la memoria dei secoli di dominazione magiara per gli slovacchi e delle espulsioni delle minoranze dopo la seconda guerra mondiale per gli ungheresi contribuiscono ancora oggi a corrodere i rapporti tra i due paesi. Corrosione che è alimentata sempre più dalle politiche di promozione dell’identità nazionale del già citato Viktor Orbán  e dello slovacco Robert Fico, al quale si deve ad esempio la promulgazione di una legge che limita l’uso della lingua ungherese in Slovacchia.

Ma, mentre i sondaggi mostrano una sempre più spiccata animosità tra i giovani slovacchi ed ungheresi, un barlume di speranza è rappresentato da un giovane partito del parlamento di Bratislava nato in difesa della minoranza magiara, che si pone a garante della collaborazione inter-etnica: il suo nome è Most-Hid, ovvero “ponte” in lingua slovacca ed ungherese.

 

Annunci
Categorie: Storia dell'Europa Orientale, Ungheria | Lascia un commento

La Rivoluzione Arancione in Ucraina

“Razom Nas Bahato, Nas Ne Podolaty” (in ucraino: Разом нас багато, нас не подолати) , ovvero “Insieme siamo molti, non ci sconfiggeranno”, questa frase racchiude tutta l’essenza della Rivoluzione Arancione ucraina che nel 2004 portò nelle piazze delle maggiori città del Paese e soprattutto in Piazza Maidan a Kiev centinaia di migliaia di manifestanti all’indomani delle elezioni presidenziali del 21 novembre. I brogli elettorali che consentirono al delfino dell’allora presidente Leonid Kučma, ovvero Viktor Janukovyč, di vincere le suddette elezioni scatenarono l’indignazione della maggioranza della popolazione, che aveva dato il proprio sostegno alla candidatura del leader della coalizione “Nostra Ucraina” (Naša Ukrajina), Viktor Juščenko.

Deliberatamente ispirato ai sentimenti di forza e compattezza popolare riproposti dalla celebre canzone “El pueblo unido jamás será vencido” del gruppo cileno Quilapayùn, il testo della band ucraina Greenjolly divenne ben presto l’inno della Rivoluzione Arancione, le cui immagini sono ampiamente mostrate nel video musicale sottostante.

Together we are many

Together we are many, they won’t overcome us

Falsification (No), machination (No)
Little shenanigans (No), no lies
Juščenko (Yes),  Juščenko (Yes)
It’s our President (Yes, yes)

Together we are many, they won’t overcome us

We – all together, we – forever
We – the Ukrainian daughters and sons
It’s now or never, enough waiting
Together we are many, they won’t overcome us

Together we are many, they won’t overcome us

Categorie: Storia dell'Europa Orientale | 1 commento

Blog su WordPress.com.